Sua maestà, il Cuore

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Io faccio tutto col cuore. Canto, urlo, grido e sbraito. Sorrido. Amo. Piango. Abbraccio. Se necessario ti mando anche a fanculo, col cuore. Con tutto, l’intero, cuore.

È un’espressione che uso spesso, come se volessi sempre sottolineare il fatto che io sì, vivo di magia. Che mi piace più guardare i dettagli che le cose lampanti a tutti. Che amo di più un piccolo scorcio di luce e due birre in riva al mare, che mazzi di rose rosse, Moët & Chandon ed il vento in faccia.

E lo ascolto, il mio cuore. Non c’è scelta fatta nella mia vita in cui mi son permessa di metterlo da parte, ‘sto cuore. Cammina prima di me, senza aver bisogno di alcun guinzaglio e mi indica la strada. Corre il più delle volte e batte. Forte.

L’ho sentito quasi scoppiare, in certi momenti, di gioia. Di un Amore spassionato che mai avrei pensato di poter toccare. L’ho sentito spesso piccolo così, ritorcersi come dentro un pugno e sputato da denti aguzzi senza remore. L’ho sentito battere così forte di non riuscir neanche a contare i battiti, due dita lì e niente. E pensare che il BLS-D l’ho fatto, e l’ho messo, ahimè, anche in atto.

L’ho sentito scalpitante, per un paio di occhi, una frase di un libro o uno scatto improvviso con la mia Canon. E poi davanti al mare.

E l’ho visto correre, correre forte e cercar di andare lontano. Ma non è mai riuscito a scappare, neanche quando i segnali per farlo c’erano tutti. C’è chi dice, chi mi conosce bene, che “Io non sono nata per scappare; non lo saprei fare neanche volendolo.”

La verità è che le Donne coraggiose fanno paura. Ti fanno scappare ancor prima di farti avvicinare. Ti ammaliano con quegli occhi bassi e non troppo truccati e ti convincono che, no, non fanno per te.

E scappi. Scappi lontano. Ma in amore non vince chi fugge. In amore vince chi resta, si sbraccia, e s’impegna a non far finire la magia.

Perché la magia te la devi meritare, non cresce mica sugli alberi. E devi amare te, come i ciliegi in fiore di primavera. Come quando le altre bambine sognavano il vestito bianco ed un altare, io invece ne sognavo uno da venti euro, abbottonato davanti ed a maniche lunghe. Così come il mio completo quel giorno. Bianco.

 

“È l’AMOR che move il sole e l’altre stelle.” È cosa antica, è cosa vera, è cosa da tener saldamente a mente ed appuntarsela al dito ogni dì.

Così: come quando l’amore, per il Cuore, è l’unica terapia.

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Ho imparato, o forse no?

Ho imparato

Ho imparato a non fare progetti a lungo termine. A prenotare viaggi con largo anticipo. A non far programmi neanche per il fine settimana. A vivere alla giornata.

Ho imparato ad aspettare. A non fare domande, e non farmene. A resistere con quel macigno sul petto che non ti fa respirare. A vomitare, vino e parole, con pugni chiusi e spallucce alzate.

Ho imparato ad abbracciare. Ad ascoltare e non sempre parlare.

Ho imparato ad amare, amare qualcuno anche più di me stessa. La sua felicità sentendola come mia. Ed anche la tristezza, sempre.

Ho imparato ad esprimere desideri non solo per me, ma per chi amo. Per chi non solo mi sta cuore, ma lo colma tutto.

Che dietro un sorriso c’è il mondo, e che le persone che soffrono di più ce l’hanno più bello.

Che i sogni si possono realizzare, ma a volte quando pensi di esserci riuscito, tutto ti si rivolta contro.

Ho imparato che non tutti quelli che diventano padri potranno mai essere Papà.

Che vorrei essere un girasole, perché loro sanno sempre bene da che parte girarsi. Non si perdono mai. Che la strada, a volte, è troppo tortuosa e tu non sei poi così forte come pensavi.

Ho imparato che la felicità dura un attimo, e che quando le cose vanno troppo bene è sempre meglio andare con il freno a mano tirato. Che non faccio parte della fetta del mondo fortunata, quella che ha tutto servito con rose e viole sopra.

Che le cose si sudano, ma quando sudi così tanto il fiato ti si spezza e resti anche con un pugno di mosche sulle mani. E lì soffri il doppio.

Ho imparato che ci sarà sempre chi ti volterà le spalle. Che le troppe aspettative portano solo grandi delusioni. Che i desideri non si avverano. Che con le monetine tirate di spalle ed occhi chiusi nelle grandi fontane mi avrebbero permesso di comprare una Jeep.

Che preferirei soffrire le pene dell’inferno piuttosto che vedere chi Amo disperarsi.

Ho imparato, che alla fin dei conti, non ho mai imparato un cazzo. E che inutile anche farlo, tanto le carte in tavola cambiano ogni attimo.

Eh, pazienza.

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A Te, Caro Papà.

“È una femmina, forse!”


È una bimba quella che sta crescendo dentro la tua pancia e sarà nostra, solo nostra. 

Non si vestirà di rosa, perché secondo me lo odierà nè starà mai zitta se prende da te, caro amoremio. 

Ho paura, paura di non essere un bravo papà, di non essere pronto, di non poterla fare felice o darle tutto ciò che vorrà. Non so se mai realizzerà i suoi sogni, ma io sarò lì pronto sempre ad aiutarla. 

Non so abbracciare, ma so che con lei mi verrà naturale. E la amerò così tanto da non farla quasi respirare. 

L’amore mi soffocherà. 

Bambina mia, secondo me somiglierai alla mamma. Forte e decisa, a volte pesante, ma sicura e roccia. 

Avrai i suoi occhi, e spero non le mie sopracciglia. Avrai la sua dolcezza, e magari la mia bontà.

Farò tutto ciò che mi è possibile fare per renderti fiera di me e spero che mai avrò la possibilità di deluderti.

Ti terrò la mano, in silenzio, e starò a due passi da te quando ti vergognerai di avere il tuo papà a fianco, all’uscita delle feste per prenderti e portarti a casa.
Ci proverò. Ci proveremo. 

E Tu, caro Papà, di deludermi non mi hai mai delusa. 

Da te ho preso le sopracciglia, ma anche la tua perseverante caparbietà. La poca capacità di esternare abbracci e parole d’affetto a chi si ama davvero. Di parlare delle mie cose, quelle intime e serie. Delle mie emozioni.

Tu, caro Papà, mi rendi fiera ogni giorno. Ed ogni traguardo lo dedico a te, anche questo blog che esiste solo perché voi non mi avete presa per pazza quando l’ho aperto. 
Che sei diventato social solo per seguirmi meglio.
E Tu, caro Papà, hai capito sempre ciò che mi fa brillare gli occhi senza neanche aver bisogno di dirtelo. E mi hai aiutata, in silenzio, a salire ogni piccolo ed insormontabile gradino per arrivare dove voglio arrivare.
E tu, caro Papà, sei quell’Uomo che ho sempre voluto a fianco. Perché voglio e vorrò sempre che tra trentotto anni, qualcuno mi guardi come tu ancora guardi la mamma. 
Tu, caro Papà, hai il GigiPower. Quello che ti apre le porte più belle, e mi ha aperto quelle del cuore. Così, in silenzio, senza troppi abbracci e giri di parole. 

Tu mi hai insegnato ad Amare.


A te, AUGURI. 

Devo scrivere e non so di cosa.

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Devo scrivere, ne sento la necessità come quando hai troppo amore in corpo. Quell’amore che sente l’esigenza di uscire, così senza troppi sforzi.

Devo scrivere, perché di amore ne ho tanto, ma di bile altrettanto. Di sogni infranti e sogni realizzati. Di amori nati ed altri totalmente morti. Di rapporti segnati, lontani, andati.

Io, di scrivere, sento la necessità.

Vuoto. Nero. Soffocante. Nodo in gola e lacrime agli occhi.

Quando tutto sa di niente, quando non senti più le gambe ed, in verità, non sentì più niente.

Credi, anche quando il tutto ha l’aria del nulla.

Quando vedi i tuoi sogni frantumarsi in mille pezzi come cocci di vetro e finisci per camminarci sopra.

Credi, e non smettere, quando tutte le tue certezze si sgretolano come piccoli granelli di sabbia. E le vedi andare via, tra le mani, leggere e veloci.

Non smettere, non lasciare la presa.

Pensa al tuo obiettivo e a tutto quello che hai fatto per lui. Tutto quello che hai affrontato per tenertelo caro.

Non lasciar andare il sorriso, quello che parte dagli occhi ed arriva alle labbra. Quello sottile ed accennato. Quello vero. Non abbandonare mai la speranza.

Piangi, se necessario, ma subito dopo guardati allo specchio e vedi quanto sei cessa con le guanciotte rigate di mascara misto a lacrime.

Canta, fai un giro in macchina con le tue amiche e sta in silenzio. Le conversazioni migliori sono quelle, si sa.

Resisti. Ama. Vivi. Sogna. Corri se ti va, e poi fermati un attimo ed ammira il paesaggio. Quel che conta è ciò che ti ritrovi accanto quando sei presa e compresa da Mille altre cose. Quel che poi conta son le solite piccolezze, scriveva qualcuno.

Ed io ci credo. Continuo a crederci. E spero tanto, lo voglio tanto, continuerò.

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Viva la Mamma

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SuperStar ai piedi, pantaloni skinny rosa e Carrie Bag in spalla. Ecco com’è partita l’inviata speciale delle Gioiellerie Cordaro lo scorso sabato di maggio.

Ore 7e30, c’era una volta una piccola ed impacciata #theblondecurly su per un pullman. Munita di cuffie e storie silenziose su IG ecco che arriva a Catania. Palloncini rosa ed azzurri, un tempo si poteva pensare ai fiocchi, quelli da attaccare alla porta. Ed invece no. Palloncini che creavano un piccolo alberello all’interno de La Rinascente di via Etnea. I nostri cari Cordaro Gioiellerie, hanno creato un piccolo grande corner dedicato ai loro super preziosi. Se poi ci metti anche un evento dedicato a chi ci ha messi al mondo, bhè, hanno vinto in partenza.

Federica e Massimo, e l’intero team compresa quella pazza della mia amica Meryem Amato hanno reso la festa della mamma, una festa nazionale.

Approfittando di quest’importante ricorrenza hanno creato un evento in par condicio con tutti i loro punti italiani. Blogger ed hostess in giro per l’Italia. Da Roma a Cefalù, passando per Palermo fino a Catania. Dove c’ero io, in abiti da Peppa Pig e con il sorriso a tutti i bimbi che volevano più correre sui gioielli che rubare i palloncini.

Accanto a me, con addosso un abitino floreale e candido la cara Giorgia Carrasi. Tra selfie e foto incorniciate, sorrisi ed abbracci, abbiamo insieme vissuto una Catania bellagiovaneallegra. Per non parlare delle folli catanesi venute a trovarci con sorriso stampato in volto e smartphone alle mani. La mia cara Carmelyta e la pazza Zaira.

Cordaro, il solito nome e la solita garanzia, hanno creato una piccola grande famiglia divisa su e giù per lo stivale che però non perde occasione nè la capacità di riunirsi seriamente per le feste. Come capita a casa nostra per il pranzo della domenica. Così, vicini e lontani, siamo stati tutti parte di una bella e coccolosa realtà. Capaci di elogiare la Donna, la Femmina, la MAMMA. Colei che tutto sa e tutto può.

E quindi auguri a tutte.

A chi mamma lo è per caso, e a chi lo è per scelta. Voluta ed agognata.
A chi è nata mamma, e a chi ha sempre sognato di diventarlo.
A chi è Donna. A chi ha paura, ma è mamma dentro e fuori.
A chi piange in silenzio, e da’ forza ogni giorno ai propri figli.
A chi soffre e sorride. A chi è malata e non lo da’ a vedere.
A chi è mamma ed è anche papà.
E alla mia.

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Ci vuole coraggio, ma tanto


E sì. Ci vuole coraggio, ma tanto così. Come quando allarghi le braccia e simuli un arcobaleno di cose belle da metterci dentro, come piccole parentesi rosa che ti riempiono. E magari anche ti riscaldano.Ci vuole coraggio, quando allarghi così forte le braccia da tener fuori quello che in realtà di rosa ti da’ ben poco e ti raffredda gli occhi come Elsa.
Ci vuole coraggio quando trovi la forza di dare quella carezza che avresti tanto preferito ricevere, e quella che invece non smetterai mai di dare. Quella che è tradizione appena sveglia, così per dire “Ci sono, sono qui”.
Ci vuole coraggio a mettere da parte l’orgoglio ed il risentimento, quei due brutti che ti fanno anche aggrottare le sopracciglia come una stupida protagonista di un manga giapponese.
E ci vuole coraggio, ma tanto assai, tanto così, di credere all’amore e di non lasciarlo andare via. Per innamorarsi, ed anche per rendersi conto di aver smesso di amare. Che dicono sia possibile, io però la mano sul fuoco non ce la metto.
Ce ne vuole per partire, andare e cominciare la vita da zero, anche se da zero non si parte mai realmente. Ma serve anche per restare, mettere radici ben salde come il pino del giardino di casa e non scollarsi più. Riempire il salone di dolci e gente la domenica pomeriggio e ricordare vecchie avventure, ma anche crearne di nuove. Ce ne vuole per metter su famiglia e per crearne una così grande da aspettare da un momento all’altro, come deus ex machina, l’arrivo di un angelo che preannuncia la lieta novella.
Ci vuole coraggio, ma tanto coraggio, a permettere al cuore di comandare tutto il resto. A credere all’Amore, quello vero. A correre felici sui prati e a piangere in riva al mare, o a rotolarsi su per la spiaggia sotto casa, con i granelli di sabbia ovunque, pure su per il naso.

A ridere e sorridere. A perdonare e a chiedere scusa.
Ad accettare il cambiamento, ma anche a pretenderlo alle volte. A cantare sotto la pioggia e a non prendere l’ombrello, perché no è meglio che mi bagni, che il mascara si sciolga e che io ti baci la fronte dolcemente. E che lo lasci fare anche a te. 
Ad inseguire i sogni, quelli per cui sei disposta a rinunciare realmente a tutto il resto. Quelli per cui vivi, brami, quelli che fai ad occhi chiusi ed ancor di più ad occhi aperti. Quelli lì che nel cassetto non saranno mai comodi a starci. E li tocchi con mano e ti sudano gli occhi, li abbracci silenziosamente e li coccoli ogni giorno. 
Ci vuole coraggio per smettere di pretendere di piacere a tutti, sed etiam di farci stare qualcuno sul culo senza troppe remore e giri di parole.

Ce ne vuole per bastarsi, per accettarsi, per amarsi. Per ballare da sola al centro della strada senza rischiare un TSO. 
E poi, ci vuole così tanto coraggio per pretendere di brillare e non smettere mai di farlo. E per essere liberi. Liberi, appunto, di splendere.